Centomila mattoni

Vetrata nella cappella della Casa generalizia

Aveva comperato centomila mattoni per costruire una chiesa nuova a Rivalba. Era il sogno nato nel momento della sua entrata in parrocchia: dare al Signore un tempio più consono alla dignità della casa di Dio. Ebbe il pieno consenso dell’autorità ecclesiastica ma il municipio gli negò i permessi per la costruzione. Per concedergli l’autorizzazione volevano che firmasse una garanzia che non si sarebbe rivolto alla gente di Rivalba per chiedere fondi. Una garanzia che il parroco non poteva né voleva dare, perché pensava di edificare la casa di Dio, che appartiene a tutti, con la cooperazione di tutti. Anzi la lotta s’inasprì tanto che don Marchisio dovette annunciare alla sua gente: «La chiesa non si farà». Così i centomila mattoni rimasero ammucchiati in attesa del loro destino.

Avendo dovuto accantonare per forza il suo progetto, decorò la chiesa, ne rifece il pavimento, restaurò alcuni altari laterali e la facciata e ornò l’altare maggiore. Mentre i buoni se ne compiacevano, quelli dell’altra sponda intensificavano la loro opposizione. Ma la volontà di don Clemente non era fatta per avvilirsi davanti alle difficoltà. Come di fatto poi si rivelò.

L’OSPIZIO DI SAN LUIGI

Manifestazione religiosa con i bimbi di Rivalba

Intanto, l’anno dopo, nel 1871 fondò un asilo che fece subito erigere in Ente morale, per aiutare le mamme nell’educazione cristiana dei bimbi. Opera benedetta questa, perché apre il cuore della prima infanzia alle tenerezze di Dio e pone quei fondamenti morali, che spesso salvano una intera vita.

Il primo telaio usato dalle ragazze nel laboratorio di tessitura

Ma c’era di più. Occorreva anche provvedere alle ragazze che per trovar lavoro dovevano recarsi a Torino, esponendosi a non pochi pericoli, di cui molte di esse diventavano talvolta vittime dolorose. Pensò così di costruire un laboratorio di cucito e di tessitura, perché imparassero un lavoro professionale restando in paese. I centomila mattoni sembrarono fremere nelle mani dei costruttori. E il laboratorio fu fatto: macchine e telai lo resero funzionale ed il lavoro fu subito fervido, sotto la direzione delle Suore Albertine di Lanzo.Rivalba andò orgogliosa di tale opera sociale. Ma era ben lontana dal pensare che l’Ospizio di S. Luigi – così fu chiamato il laboratorio – avrebbe dovuto essere nei disegni divini l’inizio di un’altra opera ben più grandiosa: la Congregazione delle “Figlie di San Giuseppe”.

Tra le benedizioni più sollecitate arrivò quella di Pio IX, nel maggio 1876, che fu stimolante per lo sviluppo dell’opera iniziata. Con l’arrivo inoltre in quell’oasi, il 7 agosto 1876, di Rosalia Sismonda, don Clemente avvertì la predilezione della divina Provvidenza.

Ragazze nel laboratorio sotto la vigile direzione delle Suore.

Rosalia infatti era donna di provata spiritualità e ornata di rare capacità di guida e di direzione per le sue doti d’intelligenza e di cuore.

Don Clemente la presentò alla Comunità con la gioia che riempie il cuore degli uomini di Dio e con la chiaroveggenza frutto della fiducia in Colui che irriga e fa crescere ciò che l’uomo ha seminato.

VERA MADRE E DIRETTRICE

Suor Rosalia Sismonda, donna di provata spiritualità, ornata di rare virtù e doti d’intelligenza e di cuore.

Sarà Cofondatrice
Sotto la guida di Rosalia Sismonda le giovani crebbero nell’entusiasmo della loro vita comunitaria fatta di preghiera, di sacrificio e di lavoro. Don Marchisio, coadiuvato dal prudente consiglio di padre Felice Carpignano, confessore dell’Arcivescovo di Torino, dette una struttura alla Comunità, dettandone le regole e stabilendonela finalità nella vita della Chiesa. Infine propose l’abito che le distinguesse dagli altri istituti.

Alla nuova Congregazione fu data la denominazione di “Istituto delle Figlie di San Giuseppe”, volendo che il caro Santo ne fosse il principale Protettore. Lo stesso padre Carpignano presentò a Mons. Lorenzo Gastaldi, arcivescovo di Torino, la domanda di don Marchisio per l’approvazione del nuovo Istituto.

Con gioia egli scrisse al Fondatore, in data 3 maggio 1877: «Deo Gratias! Deo Gratias! Oggi 3 maggio 1877 fui da S. Ecc. Mons. Arcivescovo, al quale parlai delle future Figlie di San Giuseppe, dei loro pii desideri e del nascente loro Istituto; ed egli con mia grande consolazione non solamente lo approvò, ma mostrandosene molto contento, lo encomiò come cosa, la quale produrrà col tempo molti vantaggi non solo spirituali, ma anche temporali. Piacque a Monsignore il nome di Figlie di San Giuseppe, come quelle che dovranno farsi sante, lavorando ad imitazione e in compagnia di S. Giuseppe e, manco male, con Gesù e con Maria».

Solerzia delle Figlie di San Giuseppe nel preparare il necessario per l’Eucaristia

Figlie di San Giuseppe:

nome di una Congregazione religiosa nata in un piccolo paese della campagna piemontese nel momento in cui nel cuore di un umile sacerdote era suonata l’ora di Dio

L’ORA DI DIO

Per ogni opera esiste la prova del tempo che ne può segnare la crescita o la fine. Da cinque anni funzionava l’“Ospizio S. Luigi” e le cose andavano bene, nonostante le difficoltà. Improvvisamente, una prova dolorosa. Le Suore Albertine furono richiamate alla Casa madre di Lanzo, lasciando solo don Marchisio e nel dolore la gente di Rivalba, specialmente le giovani che si videro private all’improvviso delle preziose istitutrici e maestre.

Don Clemente, benché addolorato, accettò la decisione come una delle tante prove che Dio permette nei suoi misteriosi disegni.

Avvenne inoltre che alcune delle ragazze avrebbero desiderato seguire le suore nella vita religiosa, abbracciandone il loro ideale.

Solerzia delle Figlie di San Giuseppe nel ricamare arredi sacri

Fu a questo punto che l’uomo di Dio vide un meraviglioso progetto: raccogliere queste generose figlie in vita comune consacrata, renderle espertissime nell’arte della tessitura e della filatura in modo da svolgere nelle fabbriche qualunque ruolo come operaie, assistenti, direttrici. Così spiritualmente e professionalmente preparate, immetterle negli stabilimenti delle città, affinché la loro presenza cristiana fosse fermento rinnovatore e forza elevante delle masse femminili operaie.

Stireria dei paramenti sacri.

Concepito così il suo disegno, don Clemente cercò sostegno per la sua attuazione. La trovò nel suo arcivescovo, Mons. Lorenzo Gastaldi, nell’arcivescovo di Vercelli che avrebbe voluto veder realizzata subito l’idea, ed in molti sacerdoti che gli furono larghi di consiglio e di aiuto.

Primi attrezzi per la confezione delle particole

Avute le approvazioni degli uomini, l’uomo di Dio volle anche l’approvazione del cielo. Si recò a Lourdes a parlarne alla Madonna. Nessuno può dire quello che accadde in lui in quei giorni d’intimo e confidente colloquio, ma al suo ritorno a Rivalba si dedicò tutto alla realizzazione del progetto. Comprò una casetta poco distante dalla parrocchia e il 12 novembre 1875, quattro ragazze, con voti privati e senza un abito speciale, si riunirono per fare vita comune. Presto la casa divenne piccola per accogliere altre anime attratte dallo stesso ideale. Venne allora utilizzato il resto dei centomila mattoni per ingrandirla e disporla a ospitare una ventina di ragazze.

RISPOSTA NELLA GIOIA

Grotta della Vergine di Lourdes

mèta cara al Fondatore e decisiva
per le sorti del nascente Istituto

16 giugno 1877. Sabato di luce e di gioia. Quattro anime, decise ad essere interamente di Cristo, vestirono il nuovo abito delle Figlie di San Giuseppe. Padre Felice Carpignano ebbe l’onore di presiedere la cerimonia. Lo assistette il Fondatore, le cui lacrime si mescolarono con le parole di ringraziamento rivolte a Dio e con la risposta sincera delle prime quattro religiose del nato Istituto: suor Rosalia Sismonda di Torino, suor Margherita Ronco di Racconigi, suor Teresa Bonino di Moncucco Torinese, suor Lucia Gribaudi di Rivalba.

La cerimonia si concluse con la benedizione del quadro della Sacra Famiglia fatto dipingere per la circostanza dal padre Carpignano

e lasciato in dono alle prime Figlie, perché «nell’imitazione delle tre Sante Persone si santificassero nella preghiera e nel lavoro»

Movendo la testa in segno di consenso, il Fondatore mentalmente andava dicendosi quanto ripeterà poi spesso alle sue Figlie: «Andate col vostro spirito a Nazaret e lavorate in compagnia della Sacra Famiglia». «La vera religiosa deve stare sempre nascosta nella santa casa di Nazaret».

Il quadro rimase nel primo modesto laboratorio a ricordo storico di quel gran giorno. Ora, riprodotto, pende nelle innumerevoli case delle Figlie di San Giuseppe affinché, nell’imitazione della Sacra Famiglia, esse alimentino il loro costante anelito alla santità.

E suor Rosalia, suor Margherita, suor Teresa e suor Lucia, le felici consacrate a Dio di quel 16 giugno 1877, non entrarono nella storia umana per fatti grandiosi, ma in quella di Dio che si compiace delle anime che Gli si donano nella gioia.

Rosalia, Margherita, Teresa e Lucia: quante altre figlie, rinunciando al loro nome di battesimo, assumeranno un giorno il vostro nome per significare, secondo il vostro esempio, il dono completo e gioioso della loro giovinezza e la consacrazione della loro vita al servizio di Dio.